È stato quasi automatico, quasi immediato.
La sensazione di sentirsi giovane fra gli astanti mi ha riportato nel lontano passato quando, ancora sbarbato, guardavo con invidia, ma anche con timore e rispetto, quelli più grandi di me.
Li osservavo entrare nell’unico bar del paese, accendersi una sigaretta, lanciare sguardi e commenti infuocati alle ragazze che passavano e speravo, con tutte le mie forze, che il tempo passasse e che potessi presto anch’io varcare quella soglia.
Oggi, qui in Riviera, molti anni dopo, sono ancora fra i più giovani ma chissà perché non mi viene proprio la voglia di crescere, anzi.
Mi guardo in giro per veder se ci sia qualcuno più giovane di me, vedo una coppia di probabili ventenni ed intuisco, dallo sguardo del ragazzo, che mi sta guardando come io guardo i più anziani e sta arrivando alla mia stessa conclusione.
Allora decido di alzarmi dalla sdraio e fare una camminata sulla battigia, visto che la spiaggia non è ancora affollata.
Proverò a descrivere il primo personaggio che mi si para di fronte.
Non molto alto, tarchiato, ancora muscoloso, nonostante le rughe evidenzino l’inarrestabile trascorrere del tempo, con gambe molto arcuate che fanno intuire il suo passato di calciatore.
Non credo di sbagliare se penso che il suo ruolo fosse quello del mediano, del giocatore di fatica, come quello ben descritto da Ligabue nella canzone dedicata ad Oriali, che corre per tutti e che, quasi certamente, guadagna meno di tutti.
Lo osservo con attenzione mentre con il piede destro traccia una riga orizzontale e poi comincia a camminare contando i passi ed io con lui – 1,2,3…….48,49,50.
Poi traccia un’altra riga orizzontale. Torna sui suoi passi, controlla il grosso orologio che ha sul polso; intuisco che voglia fare una corsa ed allora, incuriosito ed eccitato, decido di cronometrarlo anch’io.
Pronti, via.
Con l’espressione di chi sta per compiere un’impresa storica, il vecchietto si lancia verso il traguardo che taglia dopo 50 secondi.
Per rispetto non faccio commenti sulla sua velocità ma al mio applauso sincero il vecchietto, che poi scoprirò avere 82 anni, mi dice:” voglio partecipare alla maratona di New York”!.
È così dicendo mi mostra un sorriso a dire poco inquietante che gli ha ricostruito il Gino, dentista abusivo, che gli era stato raccomandato dal suo amico Benny.
Il Gino, dopo le scuole medie terminate a 16 anni, si era iscritto alla scuola di odontotecnico con risultati poco soddisfacenti.
Aveva ripetuto il primo anno due volte, due volte il secondo e poi aveva dovuto abbandonare la scuola per
il servizio militare, con grande soddisfazione ed un sospiro di sollievo del corpo insegnante.
La sua carriera di sedicente dentista inizia proprio lì, durante i sedici mesi di servizio, nella più profonda Barbagia, nella stagione dei sequestri di persona.
Il suo amico Benny, invece, nonostante il nome scomodo che gli aveva affibbiato quel reazionario di suo padre, aveva sempre militato nel vecchio PCI ed adesso faceva l’aiuto barista presso la Casa Del Popolo di Forlì.
Stringo la mano alla promessa della maratona e riprendo la mia camminata.
Mi imbatto poi in un’anziana signora che mi colpisce per il suo aspetto.
Alta circa un metro e sessanta, coperta da un pareo scuro, porta anelli alle mani ed uno al piede sinistro, collane e braccialetti, ha lunghi capelli bianchi raccolti in un foulard ed un portamento austero.
Il viso apparentemente giovanile, con qualche imperfezione agli angoli della bocca e vicino agli occhi, testimonianza di un maldestro intervento di medicina estetica, contrasta con il resto del corpo le cui sottili rughe richiamano l’età dell’ex calciatore sopra citato.
Lo sguardo severo ricorda quello di un’insegnante di un’altra epoca, probabilmente della scuola secondaria.
Mentre cammina emette uno strano monotono suono che mi lascia dubbioso, perplesso: sta recitando qualche preghiera oppure è in stato confusionale?
Mi vede, mi si avvicina dicendo con l’erre transalpino: “Buon giorno signore, potrebbe cortesemente indicarmi o, meglio, accompagnarmi al bagno 115? Credo che i miei compagni di viaggio mi abbiano fatto uno scherzo. Mi hanno proprio stancata , ripetono ogni volta che veniamo al mare questa sciocchezza; li farò richiamare con il megafono dalle autorità”.
E poi aggiunge: ”Sa, non mi sono di smarrita “.
Scoperto, allora, che il suono emesso non era una preghiera, ho dato il braccio alla signora dicendole: ” Certamente signora; per me è un onore”.
Arrivato al tanto agognato bagno 115 non troviamo strani amici ma due infermiere che prendono dolcemente sottobraccio la signora dicendole” Venga professoressa, la stiamo attendendo per la colazione”.
E mentre l’infermiera la fa accomodare sul sedile anteriore, la sua collega mi sussurra: ” Fa sempre così, esce di soppiatto dalla casa di cura e viene qui, a questo bagno, come se cercasse qualcuno, o qualcosa. Noi pensiamo che il 115 fosse il numero civico della casa in cui risiedeva quando era ragazza”.
La signora chiede alle infermiere di potermi salutare. Mi si avvicina e mi sussurra nell’orecchio: ” Loro pensano che sia ormai persa; non hanno ancora capito che è l’unico modo, per me, per camminare sulla battigia, per respirare il profumo del mare e per volare sopra l’orizzonte, per uscire da questa dimensione è quello di venire qui da sola, di uscire almeno una volta da quella tetra sala di aspetto. Non se la prenda con loro e…ci vediamo domani” .
Ed ecco arriva il terzo personaggio che non poteva mancare ed ero certo di incontrare: il don Giovanni locale, il gigolò della Riviera.
Abbronzatissimo, al punto di ricordare un sudamericano, si avvicina con passo studiato, armonioso.
Fronte spaziosa e codino di capelli bianchi, trattenuti da un nastrino nero, occhi nerissimi e denti bianchissimi – almeno quelli che si vedono – cammina sulla sabbia a piedi nudi ed indossa un paio di slip bianchi molto, molto stretti.
Così stretti che sei costretto, seppur controvoglia, a valutarne il contenuto la cui dimensione un po’ strana mi fa tornare alla memoria un’amica di vecchia data che, da ragazza, si metteva il cotone nel reggiseno per apparire più formosa.
Peccato che nei momenti di intimità, scoperto il contenuto, dovesse balbettare una scusa del tipo:” mi dava fastidio la cucitura”.
Il don Giovanni lancia sguardi pieni di significato ad ogni donna che passa insistendo, soprattutto, con le più mature, con quelle che secondo lui, abbagliate dalla sua vista e non certo per malcelata nostalgia, sarebbero disposte a seguirlo nei suoi rituali erotici, che si consumano in una decina di minuti, fra preliminari (nove minuti) ed azione diretta.
Mi si gela il sangue pensando a cosa potrebbe succedere, o meglio cosa potrebbe calpestare il don Giovanni, se l’elastico dei suoi slip dovesse abdicare, ed il loro contenuto dovesse subire gli effetti della forza di gravità.
Gli giro le spalle, cerco di evitare la gente che nel frattempo ha preso possesso della spiaggia; faccio finta di non capire il dialetto parlato dalla maggioranza dei presenti, anche se non posso evitare di cogliere che l’argomento più ricorrente sia l’elenco delle malattie, e me ne vado in albergo per godermi la partita dell’Italia………merda!…la TV non funziona.




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